segunda-feira, 22 de abril de 2019

"Ending climate change requires the end of capitalism. Have we got the stomach for it?" - Phil McDuff


Policy tweaks won’t do it, we need to throw the kitchen sink at this with a total rethink of our relationship to ownership, work and capital

"Why we protest" - Mohammed Zaanoun


More than 200 Palestinians have been killed since the launch of the Great March of Return along Gaza’s boundary with Israel on 30 March 2018.

Palestinians participating in the protest series are demanding their right to return to the lands on the other side of the boundary from which their families were expelled decades earlier.

Every two in three Palestinians in Gaza is a refugee.

Protesters are also calling for an end to Israel’s land, sea and air blockade on Gaza, now in its 12th year, which has plunged the territory into poverty and despair.

Mohammed Zaanoun, a member of the Activestills photo collective, has documented the Great March of Return since its beginning.

Here protesters tell their stories and explain why they come back to the boundary week after week, despite Israel’s brutal crackdown.

segunda-feira, 8 de abril de 2019

"O cordão sanitário" - Serge Halimi


Há décadas que a força eleitoral da extrema-direita serve de apólice de seguro aos liberais de esquerda e de direita: qualquer burrico moderado pode ser o primeiro na linha de chegada desde que se oponha a uma formação política inadmissível, irrespeitável, irrespirável. Nas eleições presidenciais francesas de 2002, o resultado de Jean-Marie Le Pen estagnou entre as duas voltas, passando de 16,8% para 17,8%. Ao mesmo tempo, o do seu rival Jacques Chirac subiu em flecha, de 19,8% para 82,2% dos votos expressos. A mesma operação permitiu a Emmanuel Macron vencer as eleições em 2017, apesar de o fazer com uma margem menos espectacular.

Os liberais contam voltar a fazer contra a esquerda o que conseguiram fazer contra a extrema-direita. Estão por isso a tentar construir, contra o crescimento eventual daquela, um muro dos valores que a torne, por sua vez, suspeita. Procuram desta forma obrigar os que já não suportam mais as políticas do poder a, apesar de tudo, acomodarem-se a elas, de tal modo os seus mais fortes opositores seriam ignóbeis.

Por pura obra do acaso, a calúnia contra uma esquerda que se teria tornado anti-semita está a surgir ao mesmo tempo em França, no Reino Unido e nos Estados Unidos. Uma vez definido o alvo, basta encontrar uma opinião desastrada, excessiva ou abjecta na página do Facebook, ou na conta do Twitter, de um dos membros da corrente política que se quer desonrar (o Partido Trabalhista britânico tem mais de 500 mil membros). A seguir a comunicação social serve de retransmissora da mensagem. Também se pode tentar destruir um adversário imputando- lhe uma fantasia anti-semita que lhe é estranha – do tipo: a democracia, o jornalismo e a finança estão ao serviço dos judeus – assim que este adversário formule uma crítica à oligarquia, à comunicação social ou da banca.

E aí vamos nós. «Se [Jeremy] Corbyn se instalasse em Downing Street, poder-se-ia dizer que, pela primeira vez desde Hitler, um anti-semita governa um país europeu», assegura o académico Alain Finkielkraut. A situação é igualmente ameaçadora nos Estados Unidos pois, segundo o presidente Donald Trump, com a eleição para o Congresso de vários parlamentares de esquerda, «o Partido Democrata tornou-se um partido anti-israelita, antijudeu». «Os democratas detestam o povo judeu», acrescenta ele. Bernard-Henri Lévy, por seu lado, acaba de comparar o deputado e jornalista francês François Ruffin tanto a Lucien Rebatet, autor do panfleto anti-semita Les Décombres (Os Escombros), como a Xavier Vallat, comissário-geral para as questões judaicas durante o regime de Vichy, e a Robert Brasillach, colaborador fuzilado quando chegou a Libertação. O fantasista preferido da comunicação social teria mesmo encontrado em François Ruffin uma «filiação consciente ou dissimulada com a prosa do Gringoire», um semanário que destilava ódio anti-semita e que, com uma das suas campanhas de difamação mais famosas, levou ao suicídio um ministro da Frente Popular.

Judeus foram assassinados em França e nos Estados Unidos por anti-semitas. Um drama desta dimensão não deveria servir de arma de arremesso ideológico a Trump, nem ao governo israelita, nem a intelectuais falsários. A construir um cordão sanitário, que seja um que nos proteja antes daqueles que imputam aos seus adversários uma infâmia de que, sabem bem, eles estão inocentes.


Cartoons - Brexit: Theresa May's Brexit talks with Jeremy Corbyn


Cartoon de Nicola Jennings

Filme recomendado - "Fevereiros"




Realização de Marcio Debellian

terça-feira, 26 de março de 2019

segunda-feira, 18 de março de 2019

Entrevistas Elena Ferrante


Elena Ferrante: em entrevista rara, autora comenta o processo de escrita da tetralogia napolitana


Che succede quando una storia passa dalla pagina scritta allo schermo? “È come se si spogliasse, rimanendo nuda” dice Elena Ferrante. Aspettando che la serie tratta dal suo romanzo più famoso arrivi in televisione, l'abbiamo intervistata. Inevitabilmente via e-mail - Angelo Carotenuto

Dopo dieci milioni di copie vendute in 40 Paesi al mondo proteggendo il mistero sull'identità di Elena Ferrante, sulla copertina della nuova edizione Lila e Lenù hanno il volto di due attrici bambine. È il sublime paradosso con cui L'amica geniale entra in una nuova dimensione. La tetralogia è diventata una serie tv in otto episodi, i primi due in anteprima all'ultima Mostra di Venezia e al cinema per tre giorni all'inizio di ottobre, prima di arrivare a fine novembre su Raiuno, RaiPlay e Timvision. Un casting di otto mesi fra novemila partecipanti ha individuato le protagoniste nell'età dell'infanzia in Ludovica Nasti ed Elisa Del Genio, debuttanti, due dodicenni della provincia napoletana. A distanza, nell'ombra in cui ha deciso di vivere la sua condizione letteraria, Elena Ferrante ha seguito la scelta delle attrici e la scrittura della sceneggiatura, a cura di Laura Paolucci, Francesco Piccolo e Saverio Costanzo, che del film per Hbo-Rai Fiction e Timvision è pure il regista, altra scelta suggerita dalla scrittrice. La voce narrante fuori campo è di Alba Rohrwacher. È una dimensione nuova per la stessa Ferrante, che via mail racconta al Venerdì il suo incontro con il cinema.

Quando nel 1994 Mario Martone preparava la sceneggiatura dall'Amore molesto, lei scrisse: "Temo di vedere ciò che ho veramente raccontato e disgustarmene; o scoprirne invece la debolezza; o anche semplicemente accorgermi di ciò che manca". Anche stavolta ha temuto di vivere le stesse sensazioni?
"Sì. Ma oggi è una condizione a cui mi espongo consapevolmente, con ansia, certo, ma anche con curiosità. Una volta, quando si parlava di un film nato da un libro, si usava dire: "riduzione cinematografica". Non so se questa formula è ancora diffusa, probabilmente no, dà un'idea (sbagliata) di prodotto minore. Ma di quella espressione ciò che ancora mi interessa è l'idea di movimento: grazie a un certo tipo di lettura specialistica (quella degli sceneggiatori, quella del regista) il romanzo passa dalla pagina allo schermo e nel corso di questo movimento perde la veste letteraria, si denuda. È questa nudità che mi confonde e insieme mi incuriosisce. La lettura di chi fa film è l'unica, forse, che ha l'obbligo di "spogliare" il racconto e prendergli le misure per dargli un abito nuovo. Ma il racconto letterario, privato della sua specificità, è come lo scheletro sotto la faccia: spaventa, forse addirittura umilia chi l'ha scritto. Viene da chiedersi: "Questo è il mio libro? Dov'è ciò che mi pareva di aver fatto?"".

C'è stato un carteggio analogo con Saverio Costanzo? Leggeremo prima o poi anche questo scambio?
"Non so, bisogna aspettare la fine di questa esperienza. Lo scambio con Martone fu intenso ma di poche pagine, mentre quello con Costanzo, trattandosi di una serie, è ben più fitto e con lunghe note relative alle varie stesure di soggetti e sceneggiature. Ne verrebbe fuori un volume, e non so se di qualche interesse. Alla fin fine si tratta della traccia scritta di come trama e personaggi e ambienti e la stessa scansione del tempo abbandonano il libro e vanno verso uno dei possibili film che un testo a carattere narrativo può suggerire".

Per lei inizia una nuova esperienza o si è trattato di un'eccezione? Siamo a una svolta creativa?
"No, no, escludo categoricamente di lavorare in futuro per il cinema o per la televisione. E comunque non si è trattato di un lavoro vero e proprio di sceneggiatura, non ne avrei avuta la competenza. Ho discusso piuttosto i testi scritti da Costanzo e dai suoi collaboratori intervenendo con proposte mie lì dove mi sembrava necessario. Ho lavorato insomma collocandomi tra l'idea del libro che mi pare di aver scritto e l'idea di film che gli sceneggiatori stavano mettendo a punto. Mi interessava quella postazione, con tutte le difficoltà e le mediazioni che ne sarebbero derivate".

Sta scrivendo un nuovo romanzo?

"Scrivo sempre, è il mio modo di ingannare il tempo. Difficile è capire se ciò che scrivo va pubblicato. E comunque di pubblicare non ho mai sentito l'urgenza".

Tra le pagine dei suoi libri il dialetto non è mai esplicitato. La serie tv lo rende ascoltabile. Che effetto le fa sentire in napoletano frasi che aveva solo immaginato?
"Un effetto sgradevole, specialmente nelle esplosioni di violenza, ed è un fatto positivo. La sgradevolezza, così come la percepisce Elena man mano che con estrema fatica si accultura e si stacca dal rione, nel libro, pur essendo centrale, è più che altro una cadenza: ho escluso di mimare un napoletano duro. Nel film invece se ne deve dare necessariamente il suono. Ho lavorato prima su sceneggiature in italiano, poi su sceneggiature in dialetto".

Quanto è differente questo suo napoletano da quello che l'Italia conosce: le canzoni classiche, il dialetto del teatro borghese di Eduardo, La gatta Cenerentola, la neo-lingua di Gomorra?
"Ho sentito da bambina il dialetto come una colpa. La scuola ne puniva duramente l'uso e se volevi essere come le eroine dei romanzi il dialetto era un ostacolo insormontabile. Non mi piaceva il napoletano del mio ambiente e ancora meno mi piaceva il napoletano italianizzato o l'italiano napoletanizzato che parlavano i ceti mediamente colti. Sono cresciuta nell'idea che la stessa cadenza dialettale mi rendeva in qualche modo indegna e che quindi o sprofondavo nel dialetto come per ripicca - "sono così e posso essere anche peggio di così" - o dovevo cancellarmelo in profondità, essere un'altra. Io vorrei che, lungo tutto il racconto televisivo, si sentisse costantemente il napoletano del rione - questo napoletano non toccato dalla scuola e dai media, non addolcito dal sentimentalismo piccoloborghese - per ottenere di conseguenza lo sforzo che fa soprattutto Elena, prima per adeguarlo all'italonapoletano dei professori, poi per cancellarlo da se stessa quando va a Pisa".

Domenico Rea teorizzò l'esistenza di due Napoli, con una spaccatura tra classi egemoni e ceti subalterni della città, borghesi e lazzari, una città con due classi ma senza un popolo. Quanto ha guardato a questa frattura per la costruzione della sua opera? Esiste ancora? E cosa c'è, oggi, se esiste, che unisce le due Napoli?
"Da quel che vedo e sento quando sono in città, la frattura dura, anzi si allarga, è un taglio netto. Si potrebbero registrare le voci di tutta Napoli, area per area, con il loro intreccio dalla periferia al centro, e costruire una mappa puramente sonora delle differenze economiche, sociali e culturali. La scuola ha perso la sua battaglia omologante, e per molti aspetti l'hanno persa anche i vecchi e i nuovi media. Unico punto unificante è il legame violento, irrazionale, con la città, legame che è robusto in chiunque vi sia nato, anche in chi l'ha abbandonata con sofferenza al suo destino".

Come ha partecipato al casting delle attrici bambine? Cosa prova al pensiero del disvelamento del volto dei suoi personaggi?
"Non è una cosa che mi allarma. Che trama, ambienti, personaggi abbandonino la pagina e circolino su altri media (audiolibri, teatro, cinema, televisione) va bene. Naturalmente mi riservo di avere una mia opinione sulla buona riuscita dei lavori che muovono dai miei libri. La piccola Lila di Costanzo, per esempio, mi sembra perfetta, e la piccola Elena ha momenti che fondano con efficacia la donna che diventerà. Quanto al casting, le rare volte che mi è stato chiesto di mettere bocca ho solo complicato le cose. Di fatto, se avessi dovuto scegliere io le due attrici, non ne sarei mai venuta fuori. In genere le immagini che ho in mente mentre scrivo sono cangianti, a volte iperdefinite, a volte sfocate, e quindi sarei corsa dietro alle incarnazioni più varie. Perciò, a mio parere, è un bene che chi scrive un libro non eserciti una sorta di diritto di veto. Il regista deve costruire la sua opera, allestire il suo spettacolo nella massima libertà. Comunque si mettano le cose, i libri non hanno bisogno di tutela: sono lì, definitivamente fissati, pazienti e invulnerabili".

Come è nata la scelta di avere una voce narrante fuori campo? È sua?
"No, in genere non amo la voce fuori campo. Ma almeno nel primo episodio, quando i segmenti narrativi dell'infanzia non possono ancora saldarsi, mi è sembrata necessaria. E comunque Elena che scrive non è solo voce off, è parte indispensabile della storia".

Lei si è conquistata uno spazio di libertà creativa assoluta, mentre la scrittura per il cinema obbliga al confronto costante. Un romanzo può essere finanche tradito da una sceneggiatura. Come ha gestito questa anomalia?
"Non mi preoccupa il tradimento dei miei libri. Anzi mi è successo di chiedere a Costanzo di inventare di più, di liberare la sua immaginazione. Il problema quindi non è il tradimento. Il problema è che sono troppo abituata ad avere il governo assoluto di una storia, essa deve nascere e compiersi tutta nella mia scrittura. Scrivere per il cinema, invece, ha un'autonomia relativa. Una sceneggiatura - mi pare - funziona come un necessario, utilissimo libretto di istruzioni: questo è l'ordine degli eventi, questi sono gli ambienti che servono, questi i personaggi per cui occorreranno gli attori, queste le battute a cui bisogna dare le voci. Gran parte degli effetti verbali che vivificano la pagina devono sparire per essere sostituiti con gli effetti del linguaggio cinematografico. Il prodotto finito è infatti il film, che non si fa alla scrivania ma sul set, dove chi lavora con la scrittura giustamente non ha peso".

È attratta dal lavoro di regia? Esiste una esperienza creativa che potrebbe invogliarla a uscire dalla sola pagina scritta?
"Comporre musica, ma disgraziatamente non so suonare nessuno strumento, sono stonata e non riesco nemmeno a fischiare. Quanto ai mestieri del cinema, mi affascinano ma non ho nessuna competenza. Capisco gli scrittori che sono attratti dalle serie televisive e tuttavia credo che scriverle non basti. Per ottenere un risultato che ci soddisfi, bisognerebbe impadronirsi del set. Apprezzo quindi chi si impegna seriamente in questa direzione e aspira a dominare il racconto cinematografico tanto quanto quello letterario. A me, per farlo, occorrerebbe un'altra vita".

Qual è il patrimonio visivo a cui ha fatto ricorso da romanziera? Quali film l'hanno influenzata nella creazione del rione di Lenù e Lila? Quale film le pare che abbia raccontato meglio Napoli? Cosa preferisce guardare al cinema e in televisione?
"Sono una spettatrice assidua e disinvolta, raramente arriccio il naso e mi tiro indietro. Non voglio dire che mi piace tutto, voglio dire che per formazione trovo da riflettere o da imparare quasi sempre, spesso a prescindere dalla qualità certificata. Il cinema quindi ha condizionato e condiziona, nel bene e nel male, la mia immaginazione. Quanto ai film su Napoli, che dirle? È stato importante per me, da ragazzina, Le mani sulla città di Rosi. E ho amato molto un film di pochi anni fa, L'intervallo di Leonardo Di Costanzo".

Ogni volta le sia stato chiesto di indicare modelli per la sua scrittura, lei ha sempre e solo citato autrici femminili. Ha chiesto a Saverio Costanzo di proteggere questa prospettiva? Come crede che una donna alla regia avrebbe cambiato questo lavoro?
"Francamente non lo so. I miei libri si sforzano di dare una forma a ciò che ho imparato muovendomi nel mondo. Forse una donna-regista avrebbe accolto il mio sguardo potenziandolo, e mi sarebbe piaciuto molto che accadesse. O forse, perché no, col suo lavoro lo avrebbe criticato e depotenziato, ritenendolo, che so, troppo schematico quando si posa sui personaggi maschili, o troppo incline a raccontare le contraddizioni nei rapporti tra donne a discapito di una sorellanza più edificante. E questo - devo ammettere - non mi sarebbe piaciuto, ma comunque non avrei messo bocca nel suo lavoro, perché credo che le donne-artiste abbiano la necessità di raccontare ancor più degli uomini in perfetta autonomia, con liberissima inventiva, ciò che sanno di questo mondo, violando quando e come vogliono lo stesso quadro di insieme che ci siamo date con una ormai vasta produzione di pensiero e d'arte. Per capirci, io non avrei mai detto a un'altra donna: tu devi fare un film chiuso dentro la gabbia del mio libro. Poiché do per scontato che una donna sappia del nostro sesso quanto ne so io e forse di più, avrei lasciato che quella gabbia la forzasse e storpiasse secondo i suoi bisogni. Mi auguro invece che un uomo, col suo immaginario di lunghissima e solida tradizione, se ha scelto in assoluta libertà di fare un film a partire dal mio libro, adotti il mio sguardo e lo rispetti".

Cosa sa dell'infanzia di oggi a Napoli? Conosce il fenomeno delle paranze?
"No, so solo ciò che leggo nelle cronache e nei libri di Saviano. Ma per conoscere davvero la Napoli odierna, come del resto qualsiasi altra città, non bastano né i giornali, né i libri, né i film: bisogna viverci. E io vado a Napoli molto spesso, ma non ci vivo più, sicché non scriverei mai dell'oggi. Non basta leggere, per scrivere. La scrittura corre sempre il rischio della maniera, se la vita non la obbliga di continuo a sterzate inattese e incoerenti. Sia le vite che le pagine tutte d'un pezzo mi sembrano finte".

Lei ha detto che nelle intenzioni dell'Amica geniale c'è un "dosaggio meticoloso tra stereotipia e smarginatura". Le pare che il film rispetti lo stesso dosaggio?
"No, è una mia scelta e non mi pareva giusto imporla al cinema di Costanzo. Gli stereotipi sono facili da maneggiare quando li usiamo senza sapere che sono stereotipi, ma utilizzarli consapevolmente, e per forzarli, è un gioco d'azzardo. Immagino che Costanzo abbia trovato una sua "forma" che potenzi soprattutto la smarginatura".

La tv porterà un nuovo flusso di popolarità. Non teme che possa riaccendersi l'antica questione della curiosità intorno al suo volto?
"Questo è un vecchio assillo dei media che, visto che lascia le lettrici e i lettori nella sostanza indifferenti, meno male va scemando. Chi legge i miei libri li legge, ora più di prima, sapendo che ogni mia possibile fisionomia è affidata alla scrittura. È un patto sancito ventisette anni fa e non intendo violarlo".

"The Ethics of Consciousness Hunting" - Mackenzie Graham


How fMRI has become an ethical obligation.

quarta-feira, 27 de fevereiro de 2019

"This physicist’s ideas of time will blow your mind" - Ephrat Livni


Assim vai a Europa: "This new political party in Poland wants to 're-Christianise' Europe" - Lidia Kurasinka


Father Rydzyk controls a media empire accused of amplifying homophobic and sexist views. Now, he’s seen as the driving force behind a new party aiming at the European parliament elections in May.

"Venezuela: ajuda humanitária, o tanas!" - Daniel Oliveira



A catástrofe social e humanitária na Venezuela tem dois responsáveis políticos. O primeiro é Nicolás Maduro, que se agarra ao poder como uma lapa apesar da sua incomensurável incompetência e evidente impopularidade. O segundo é Donald Trump, que organiza o cerco à Venezuela, fazendo os cidadãos pagar o preço deste braço de ferro. Os dois, Maduro e Trump, devem ser condenados por este jogo macabro.

A resposta à crise política na Venezuela são eleições presidenciais antecipadas, que nem Maduro nem o autoproclamado Presidente querem marcar, apesar de ser o dever político do primeiro e do segundo se ter comprometido a isso perante a comunidade internacional. Só não reconheço qualquer legitimidade à administração Trump para qualquer intervenção em qualquer país da América Latina, usando o esfarrapado argumento da defesa da democracia. Falta aos Estados Unidos, que sempre se com comportaram como uma potência colonial na região, o currículo mínimo para se autoproclamarem polícias do continente. E muito menos Donald Trump, admirador dos mais abjetos ditadores do mundo. Quanto à Europa, não lhe reservo mais do que umas linhas para o seu miserável seguidismo, apenas para anotar que a UE já se esforçou mais pela democracia na Venezuela do que pela democracia na Hungria, que é seu Estado-membro.

Não há nada de novo na utilização da “ajuda humanitária” como arma política. Não sei se alguma vez tinha atingido o espalhafato hollywoodesco de vir acompanhada com espetáculos musicais na fronteira, abrilhantados pela presença do intrépido combatente pelos direitos humanos, Mike Pence. Mas esta forma de “ajuda humanitária” só engana quem quer ser enganado. Nicolás Maduro não tem razão em coisa alguma, a começar pelo facto de não ter reconhecido um Parlamento eleito e a acabar pela recusa em marcar eleições presidenciais que façam o país sair do impasse. Mas tem toda a razão numa coisa: o envio de ajuda humanitária para a Venezuela é de um cinismo pornográfico.

A Venezuela tem a maior reserva petrolífera do mundo e é um dos maiores produtores de crude. O levantamento do bloqueio à compra das suas matérias-primas e à venda de material de refinaria, assim como o descongelamento de contas do país, chegaria para resolver o problema humanitário da Venezuela num ápice, permitindo que o país se sustentasse a si mesmo. Cercar economicamente um país para o obrigar a receber em esmola política o que pode pagar com o que é seu é o oposto de uma ajuda humanitária. A ajuda oferecida pelos EUA e pela Europa é tão humanitária como a da Rússia. É um jogo político que usa a fome dos venezuelanos.

A retórica cínica da ajuda humanitária pode, no entanto, ter outro propósito: tornar aceitável mais uma intervenção militar que ofereça aos EUA o controlo de reservas petrolíferas e restabeleça o seu total poder no quintal da América Latina. A conversa humanitária já foi usada para invadir outro importante produtor petrolífero, o Iraque. Também então os promotores daquela aventura (alguns são repetentes, como o sinistro John Bolton) prometiam a democracia em troca da rendição. Estamos ainda hoje a pagar, com uma tragédia no Iraque e na Síria, a crise dos refugiados e o terrorismo no mundo, o preço da irresponsabilidade. Também então os que não estiveram do lado de Bush foram acusados de cumplicidade com um ditador. Estavam apenas do lado da razão, da cautela e da decência. É desse lado que devem continuar.

Os que agora usam o povo da Venezuela para o seu cinismo “humanitário” são mais ou menos os mesmos que prometiam espalhar a democracia pelo Iraque e seus vizinhos. Sem ser preciso qualquer tipo de solidariedade, apoio ou compreensão para com Maduro, devem merecer a mesma oposição que tiveram em 2003. Se o Iraque serviu para alguma coisa foi para não voltarmos a ser enganados pela máquina de propaganda de Washington. O que os movia então é o que os move agora.

segunda-feira, 25 de fevereiro de 2019

"“O PS lamenta, mas aceita a austeridade”" - Marisa Matias


Entrevista ao Expresso

Qual é o seu principal adversário nestas eleições: a direita europeísta, ou os novos movimentos populistas, que se assumem contra a União Europeia (UE)?

A extrema-direita, que tem crescido por toda a Europa é o grande adversário nestas eleições, como tem sido no Parlamento Europeu. Há uma agenda muito perigosa dos populismos de extrema-direita, que não tem apenas que ver com as questões do racismo e xenofobia, mas também com retrocessos nos direitos das mulheres e na capacidade de aceitar minoria. Muitas destas bandeiras chegaram ao poder antes das forças de extrema-direita lá terem chegado, porque o consenso europeu, onde se inclui a direita democrática e a social-democracia, tentou evitar o crescimento dessas forças pela incorporação das suas bandeiras na política europeia; isto não só não impediu o seu crescimento, como permitiu a legitimação e naturalização dessas bandeiras.

Há dois grandes campos no PE: no campo europeísta estão grupos como o PSE e o PPE, a perder terreno; no campo contrário, tanto está o BE como a extrema-direita que está a criticar.
É europeísta apresentar propostas sistemáticas de redução de fundos de coesão? Pôr um garrote às economias periféricas que não deixa margem de respiração e condiciona a própria democracia? É europeísta fazer um caminho que agrava os desequilíbrios macroeconómicos? Não tenho visto a UE a ser europeísta ou a promover a cooperação nos domínios que importam.

Os novos populistas dizem coisas parecidas...

Aceito que possa haver críticas à construção europeia vindas de diferentes origens, mas não há margem para confusão. Fazer coincidir coisas muito diferentes é uma simplificação e uma mentira. Acho que se faz muito mais pela integração criticando esta construção desigual do que aceitando o que está nos tratados e tem destruído o projeto europeu. Os partidos ditos europeístas nunca se coordenaram para o essencial: defesa do trabalho, dos salários, do Estado social, de uma política ambiental ambiciosa, combate à pobreza. Mas coordenam-se para a mão pesada sobre países deficitários.

António Costa diz que o PS é o partido que melhor defende a Europa. O BE é o partido que melhor critica?

Sou europeísta, não sou é eurodeslumbrada.

O PS é?

É. O PS diz não aceitar a austeridade... eu creio que o PS lamenta, mas aceita a austeridade. Foi o PS que negociou, com o PSD e o CDS, o memorando da troika, foi o PS que fez do Parlamento português o primeiro a aprovar o Tratado Orçamental.

O apoio do BE ao PS pode prejudicar-vos nas europeias?
O acordo que obtivemos foi muito limitado, mas no que foi possível intervir teve resultados. E mostra outra coisa: nesta integração tão desigual, só ganhamos quando confrontamos Bruxelas.

E se os eleitores do BE acharem que houve confrontação a menos? Há camaradas seus que saíram do BE porque acham que se aburguesou.

O BE tem uma agenda muito clara e não vejo contradição entre identidade e convergência. O BE não deixou de fazer as suas lutas políticas.

Então os camaradas que romperam com o BE não percebem isso?
Ainda nos vamos encontrar muitas vezes nos mesmos combates. Tenho pena que tenham saído, mas sabia desde o início que não estavam de acordo com o entendimento que foi feito com o PS. 

Vai para o terceiro mandato em Bruxelas, serão 15 anos. Não é demasiado tempo?

Três mandatos é o limite para mim, mas há batalhas muito importantes às quais não quero virar as costas. Quando fui eleita pela primeira vez não estava em vigor o Tratado de Lisboa nem existia Tratado Orçamental. As coisas pioraram bastante.

Um eurodeputado pode muito pouco. Isso é frustrante?

Pode muito pouco, é frustrante, mas eu não embarco no discurso desresponsabilizador. O PE é colegislador, pode vetar os orçamentos comunitários, e não o tem feito. Estamos a discutir o próximo orçamento, em que se reduz as verbas da coesão e da política agrícola comum e se prevê um corte significativo dos fundos estruturais para Portugal, e os ditos europeístas acham que investir num fundo europeu de defesa, ou no exército comum, é mais importante.

Pedro Marques conduziu a negociação dos novos fundos europeus. Responsabiliza-o por uma má negociação?

Se se mantiver esta tendência, o Governo português não terá outra opção a não ser vetar o orçamento europeu. Não é possível aceitar a subjugação que se está a preparar para Portugal, que tem assistido a um reforço da divergência. Todos os governos negoceiam, uns conseguiram, outros não — os cidadãos portugueses devem retirar daí ilações.

Foi uma má negociação?

Foi má. Não é possível aceitar os critérios que foram aprovados. Outra questão é saber como cada governo, internamente, distribui os fundos. E aí, quase metade dos recursos que vêm para Portugal vai para as grandes áreas metropolitanas de Lisboa e Porto, não promove a coesão.

Seria possível o BE integrar um Governo enquanto o Tratado Orçamental (TO) mantiver este peso?

O TO, sendo um tratado intergovernamental, depende de cada um dos governos. Se houver um governo com vontade de se desvincular, pode fazê-lo.

Ainda defendem um referendo à saída do euro?
Não.

Isso é o reconhecimento de que Portugal está melhor dentro do euro?

Nenhum país está bem no euro com esta arquitetura. Basta uma nova crise para que se perceba a fragilidade profunda desta moeda. Neste contexto, não podemos aceitar esses constrangimentos, mas devemos desafiá-los.


Que balanço faz do mandato de Carlos Moedas como comissário europeu?

Faço um balanço genericamente positivo. Somos os dois portugueses presentes na negociação do próximo quadro de financiamento para a ciência e investigação e não estamos de acordo em tudo: discordo da abordagem em relação ao sector privado (aí, acho que o grosso do financiamento à investigação deve ir para as PME e não para a grande indústria), mas não discordo da abordagem do comissário [Moedas] em relação ao sector público.

Foi uma boa surpresa o desempenho de Moedas?
De certa maneira, sim. Quando chegou, não conseguia retirar-lhe a imagem de interlocutor da troika [no Governo de Passos]. Neste trabalho que temos feito em conjunto, há muitas áreas em que estamos de acordo e temos procurado unir forças.

E Pablo Iglésias e Alexis Tsipras? Ainda são companheiros de combate?

O Pablo Iglésias sim. O Alexis Tsipras… não sei… ainda há pouco ele enviou um vídeo para a convenção europeia do PS [risos]. Eu não partilho das opções de Alexis Tsipras.

Foi uma capitulação?

Houve uma enorme pressão das instituições europeias, com um custo enorme para a economia e democracia gregas. De certa forma, a Grécia capitulou. E, ao fazê-lo, a UE destruiu um país. Esperava mais defesa daquilo que foi o programa com que Tsipras se apresentou, mais firmeza na defesa desse programa...

Não se arrepende de o ter apoiado?
Não. O programa estava lá, era claro e eu concordava com ele. Os nossos caminhos afastaram-se, mas não me arrependo. A partir do momento em que Tsipras decide que o seu caminho passa por integrar o consenso europeu, não consigo acompanhá-lo.

Iglesias e Tsipras mostram como a aproximação do poder pode contaminar a esquerda. É um risco do BE?

Não. O BE não falhou em nenhum momento nestes quatro anos, nem na defesa dos serviços públicos, nem na defesa dos direitos laborais, nem no combate à precariedade...

Mas prometia muito mais, tal como aconteceu na Grécia.

Mas o BE não cedeu. Essa é a diferença.

Quando está em cima da mesa o BE ser parte do Governo isso não é uma capitulação?

O BE quer ser uma força de governo, não está escrito que vai integrar um governo do PS.

Não deve integrar?


O BE não tem de ter medo do poder ou de integrar governos. Mas isso não é feito a qualquer preço. É mediante um caminho concreto de disputa de maiorias sociais naquilo que é o essencial.

"El fin de la paciencia" - Marta García Aller


Nos parece insoportable tener que esperar una respuesta de alguien que no está temporalmente localizable

"Antisémitisme et sombres manœuvres politiques" - Gabrielle Lefèvre


« Nous sommes juifs, héritiers d’une longue période où la grande majorité des Juifs ont estimé que leur émancipation comme minorité opprimée, passait par l’émancipation de toute l’humanité.

« Nous sommes antisionistes parce que nous refusons la séparation des Juifs du reste de l’humanité.

« Nous sommes antisionistes parce la Nakba, le nettoyage ethnique prémédité de la majorité des Palestiniens en 1948-49 est un crime qu’il faut réparer.

« Nous sommes antisionistes parce que nous sommes anticolonialistes.

« Nous sommes antisionistes parce que nous sommes antiracistes et parce que nous refusons l’apartheid qui vient d’être officialisé en Israël.

« Nous sommes antisionistes parce que nous défendons partout le « vivre ensemble dans l’égalité des droits ».

« Au moment où ceux qui défendent inconditionnellement la politique israélienne malgré l’occupation, la colonisation, le blocus de Gaza, les enfants arrêtés, les emprisonnements massifs, la torture officialisée dans la loi … préparent une loi liberticide assimilant l’antisémitisme qui est notre histoire intime à l’antisionisme,

Nous ne nous tairons pas. »

Ce texte admirable est signé par la Coordination nationale de l’UJFP (Union juive française pour la paix), ce 18 février 2019. (1) Il constitue la plus belle réponse à l’affirmation réitérée du président français Macron : « l’antisionisme est une des formes modernes de l’antisémitisme ».

Os melhores cartoons de 2018: "The Network"

It’s ironic that the world becomes ever more connected, more and more people are lonely. Osval from Cuba has created this clever visual, where the web connecting us is made up of walls that separate us.

quinta-feira, 21 de fevereiro de 2019

"Radio Hakaya Podcast, episode 2: Abu Mohammed - from revolution to war"


Episode 2 of a podcast series about the socio-political climate faced by Syrians and their host communities through their own eyes as the pressure rises for refugees to return to Syria.

"Tudo Verdim"


Apesar da ausência de chuvas na região, as crianças da etnia Pankararé narram um sertão todo verde onde o ser humano não está no centro do universo e não é maior ou melhor que os pés de Jatobá, animais, terra, água, sois ou chuvas... Eles e as outras genteS vivem em harmonia com os seres Encantados, caros, aviões, animais e Tudo Verde.
TUDO VERDIM é uma coleção de memórias inventadas de crianças do Território Indígena Pankararé no Sertão da Bahia, narrado entre pausas, cantos sagrados, palavras e desenhos.


TUDO VERDIM, uma constelação de memórias inventadas by Pankararés children - Território Indígena. from Patricia Alves Dias on Vimeo.

"Migrant crisis in Europe? Look at Yemen" - Helen Lackner


Just to be clear, this means that more desperate people crossed the Red Sea into Yemen in 2018 than crossed the Mediterranean heading for Europe.

segunda-feira, 18 de fevereiro de 2019

"Radio Hakaya Podcast, episode 1: Um Saleh - life under ISIS"


The first episode of a podcast series about the socio-political climate faced by Syrians and their host communities through their own eyes as the pressure rises for refugees to return to Syria.

"Way of Giants"



Realização de Alois Di Leo

In a forest of gigantic trees, Oquirá a six year old indigenous girl, will challenge her destiny and learn to understand the cycle of life.

“Way of Giants” - “Caminho dos Gigantes” from SINLOGO Animation on Vimeo.

Filme recomendado - "Correio de droga"



Realização de Clint Eastwood

Livro recomendado - "Momentos de vida"